Quando la mamma morì, io e
Edward ci ritrovammo soli, senza
alcun punto di riferimento se non gli zii Rockbell, che vivevano a
Cantebury.
Troppo lontana dalla nostra Londra.
I legali ci ricordavano sempre che non potevamo vivere da
soli, che la nostra minore età ci obbligava a trasferirci
dal parente più
vicino, oppure – scelta ancor peggiore – di finire
in un orfanotrofio, dato che
nostro padre, scomparso da almeno dieci anni – mai saputo
dove, mai saputo
perché – era stato dichiarato deceduto due anni
prima.
Più o meno quando la mamma entrò in depressione.
Edward aveva sempre odiato papà. Nella sua testa di
adolescente – io avevo appena due anni, quando lui scomparve,
mentre Edward ne
aveva sette, e già pensava a capire come funzionasse il
mondo – si era
sviluppata la contorta idea che Trisha Elric, l’unico nostro
appiglio, l’unica
nostra speranza, si fosse ammalata per causa sua.
E in fondo, le coincidenze erano davvero troppe per non
dargli almeno un minimo di ragione.
Ad ogni modo, lui non volle mai spostarsi dalla nostra casa.
E alla fine tutti - gli zii, gli assistenti sociali, il tribunale
minorile –
dovettero arrendersi.
Edward non era ancora maggiorenne, ma le sue capacità
intellettive – che ogni tanto, almeno io credo, lo portavano
al limite della
pazzia – erano così sviluppate, così
come la sua capacità di imbambolare la
gente con le parole, che alla fine nessuno ebbe da ridire sul fatto di
lasciarci vivere ancora nella nostra amata casetta: gli zii Rockbell si
sarebbero premurati di aiutarci con i viveri e con le bollette da
pagare,
mentre per il resto, Edward avrebbe badato a me.
Avevo dodici anni, troppi pochi per reggere tutto quello che
successe nell’arco di sei mesi.
Davvero pochi.
Nessuno si aspettava che qualcosa di simile sarebbe successo
all’inizio della stagione autunnale.
Nessuno era pronto ad affrontare un’altra perdita.
Soprattutto, non in quel modo.
Edward era facilmente influenzabile dai cambi di stagione. E
Dio, non che da noi le estati fossero particolarmente calde, ma lui
riusciva
sempre e comunque a beccarsi un qualche malanno più o meno
all’inizio di ogni
stagione.
Così accadde anche quella volta.
Glielo avevo ripetuto migliaia di volte – Edward me lo
diceva sempre, ero lo spirito di una crocerossina incarnato in un adorabile corpo da dodicenne –
che
quando stava male doveva riposare, stare a letto e farsi curare e
coccolare
come si doveva.
Ma il mio fratellone era un testone, un mulo.
“Non sono nato per
stare a letto!” ripeteva
sempre,
come ad inculcarmi quell’idea in testa, così come
faceva di notte, quando mi
chiedeva se volevo dormire con lui, e io accettavo, lui mi abbracciava
e
ripeteva “Ti voglio bene,
Al.” senza
smettere di accarezzarmi i capelli e baciarmi la fronte.
Aveva diciassette anni, e per me rappresentava il mondo, il
mio ideale di uomo adulto, il tutto.
Il tutto che diventò nulla nel giro di pochi secondi.
È stata tutta colpa mia.
Lui mi chiamava, e io non lo avevo sentito. Aveva bisogno di
qualcosa, aveva bisogno di me, e
io
non c’ero stato.
Si era alzato dal letto – “Fratellone,
hai la febbre alta, non devi muoverti assolutamente!
Chiamami e io arrivo!” gli avevo detto. Che
bugiardo. – e riesco ad
immaginarmelo camminare, arrancare lungo il corridoio del primo piano,
dove i
nostri letti rimanevano perennemente sfatti da quando la mamma era
salita in
Cielo, e chiamarmi con la voce bassa, roca da quel 39 che di scendere
almeno a
37 – tanto per farlo stare bene, tanto per non vederlo
annaspare tra le
lenzuola – non voleva proprio saperne.
Lo sentii chiamare il mio nome solo quando si accingeva a
scendere le scale.
“No, non puoi alzarti,
non vedi come gira il mondo?”
“Si fermerà appena mi
metto in piedi, Al!”
“No, non lo farà
finché non guarirai! E ora stai giù e apri la
bocca, medicina!”
Ma ormai era troppo tardi.
Mi affacciai dalla cucina, correndo, ansimando, tremando,
mentre le mie orecchie si riempivano di un rumore ripetitivo, pesante,
come di
qualcosa che cadeva rotolando.
Come il corpo di mio fratello che si accartocciava
inumanamente sul pavimento.
Non aveva neanche urlato.
Il medico disse che probabilmente il primo colpo era stato
letale. Ma a me non importava. Ero rimasto solo, senza una famiglia,
circondato
dall’abbraccio freddo della zia Sara e tenuto per mano da
Winry, che piangeva,
piangeva, piangeva.
Piangeva anche per me.
Io non ci riuscivo.
Non riuscivo a parlare. A mangiare. A sorridere. Niente.
Non ebbi la minima reazione fino al giorno del suo funerale,
che passai sdraiato sulla sua tomba a piangere, ad invocarlo, ad
implorarlo di
tornare, così per ore e ore, finché non si fece
sera e lo zio, stanco di
sentire le mie grida, mi prese per i fianchi e mi portò a
casa sua.
“E’ meglio che stia
lontano dalla sua casa per un po’.”
Perché le volte che ero andato a prendere la mia roba
–
perché un bambino di dodici anni è inammissibile
che viva in una casa così
piena di dolore – vedevo mio fratello rotolare giù
dalle scale, e le mie
orecchie si riempivano della sua voce, flebile, dolce, disperata,
dolce,
iraconda.
Dolce.
“Ti voglio bene, Al.”
Anche io te ne voglio tanto. Ma tu mi hai lasciato qua.
“Quando sarai più
grande, ti dirò una cosa.”
“Cosa, fratellone?”
“Mh, mh – ti negavi
sempre, quando chiedevo spiegazioni – Ho
detto quando sarai grande, Al.”
E adesso ho quasi la tua età, ma non saprò mai
cosa volevi
dirmi. Non saprò mai cosa avrei potuto sentirmi dire oggi, o
domani, o tra
qualche settimana.
Tu mi dicevi sempre “Sta
scritto dappertutto – nelle pareti, nelle lenzuola, nella
cucina, tra i gradini
delle scale, nel soffitto, nel mio cuore – ma tu sei ancora
troppo piccolo per
vedere, per capire. Ma arriverà quel giorno, in cui ti
darò la chiave per
interpretare tutto quanto. E allora per te tutto sarà un
libro aperto, e poi deciderai
cosa fare. Io aspetterò.”
E io ancora non capisco. Non capisco le tue parole, non vedo
i significati nascosti.
E intanto, la voglia di cercarti scalpita nel petto, e i
miei piedi, le mie gambe, ogni giorno si spingono fino alla periferia
di
Cantebury, verso la nostra Londra, verso la nostra casa.
È sempre stato così, da quando sono venuto a
vivere qua. È
sempre stato un “Esco.”,
un “Torno presto!”,
uno star fuori casa
fino a mezzanotte, quando ormai Winry aveva capito dove andassi, cosa
pensassi,
e con divina pazienza mi riportava a casa, gli occhi sempre liquidi, il
labbro
sempre tra i denti per trattenere singhiozzi di dubbia natura.
Winry aveva continuato, per quei cinque anni, a piangere per
me.
Io continuavo a pensare – lo realizzai solo più
avanti,
quando spensi la mia quindicesima candelina – che lacrime non
ne sarebbero più
scese, dai miei occhi. Perché le mie lacrime erano tutte per
Edward. Solo lui
poteva vederle, solo lui poteva sentirmi piangere.
Ed Edward non c’era più. E non c’erano
più lacrime da
versare.
Poi, la mattina prima dei miei diciassette anni mi alzai dal
letto, e andai dalla zia, con un solo pensiero in testa.
“Ne sei sicuro,
Alphonse?”
Annuì, mentre le sue mani reggevano la tazza fumante di
latte e caffé.
“Si, zia. Sicurissimo.”
Lei lo scrutò, cercando di cogliere qualsiasi richiesta di
tacito aiuto, qualcosa di simile a un “Ti
prego zia, sto andando di matto, obbligami a stare chiuso in camera per
il
resto della mia vita.”
Ma non vide nulla di tutto questo.
Aveva negli occhi una sfumatura nuova. Quella determinazione
che ricordava di aver visto negli occhi di Edward quando, Alphonse tra
le
braccia e faccia imbronciata, si imponeva su di lei, sullo zio, sui
legali per
non mandarli via dalla loro casa.
Poggiò la tazza di tè sul tavolo, guardando il
fumo che ne
fuoriusciva, tiepido come quella mattina di fine estate.
Sospirò pesantemente, e riallacciò i contatti
visivi.
“D’accordo Al, d’accordo. Ti porto e poi
nel pomeriggio
torno a pr-”
“Vorrei starci qualche giorno, zia.”
“… Ne sei sicuro?”
“Fratellone!!
Fratellone!!” e grida, e pianti, e mani avvinghiate
al poggia mano color
ebano, e sangue raffermo.
Vide la sua mano tremare un poco per poi rilassarsi poco
dopo, le dita stirate sulla tovaglia vichy, in rosso e bianco.
“Si. Ho bisogno di andare. Qualche giorno non mi
ucciderà,
no?”
Forse. Forse non lo avrebbero ucciso, ma avrebbero aggiunto
alla sua già debole persona un pizzico di pazzia.
Un po’ come quella del suo fratellone.
“Va bene, Al. Appena tuo zio torna a casa, pranziamo e ti ci
porto, ok?”
Alphonse sorrise. E Sara rimase interdetta.
Erano quasi cinque anni che Al non riusciva più a sollevare
gli angoli della bocca in un modo così incantevole. Il
ragazzo mandò giù
l’ultimo sorso di caffellatte, per poi alzarsi da tavola,
mormorando un grazie
soffice.
“Vado a fare le valigie.” E corse verso la sua
stanza, con
il fiato già corto e il cuore che gli balzava in gola, a
chiedersi chissà quale
effetto avrebbe fatto rimettere piede in casa Elric dopo tutto quel
tempo.
Winry entrò in cucina nello stesso istante in cui Alphonse
spalancava la porta della sua stanza, e quando si accomodò a
tavola non poté
fare a meno di notare il viso stranito della sua genitrice, ancora
intenta a
fissare il fumo.
“Mamma, che succede?”
“…
Al torna a casa,
Winry.”
Nel momento in cui la macchina
rimboccava la strada verso
Cantebury, la sua fronte si scontrava con la porta
d’ingresso, e i suoi polmoni
cominciarono a respirare l’aria della sua vecchia casa.
Winry aveva cercato di farlo desistere dal suo intento – “Al, non farlo, soffrirai, starai male!
Non
ci sarà nessuno, cosa farai se-“ –
ma lui aveva troncato il tutto sul
nascere - “Starò bene,
Win. Non ti
preoccupare!” –
e, con un bacio
sulla guancia, si era congedato ed era salito in macchina con lo zio.
E adesso era di nuovo là.
Il giardino era stato abbandonato al suo destino – le
erbacce invadevano ogni dove, brulicanti di insetti di ogni specie
– e la
porta, impolverata, accoglieva ragnatele in ogni suo angolo.
Beh, avrebbe avuto qualcosa da fare, anche se il suo
soggiorno sarebbe durato davvero pochi giorni, rispetto ai cinque anni
che
aveva perso.
Ma poco importava.
La sua mano si intrufolò nella tasca – Biglietti,
fazzoletti, palline per i gatti, ma dove diavolo erano le chiavi?! Ah,
eccole.
– e da essa estrasse quel bel mazzo di piccoli oggetti
argentei, infilandone
una nella serratura.
E questa scattò.
I cardini, oh i cardini gioirono nello stridere dopo tanto
tempo. Alphonse spalancò la porta a fatica, portando un
piede, due piedi
dentro, e fermandosi proprio sull’uscio. Chiuse gli occhi ed
inspirò.
Se si sforzava – ma neanche più di tanto,
perché la sua
immaginazione varcava ogni confine, ogni barriera – poteva
sentire il dolce
profumo delle torte che Trisha soleva preparare per loro quando ancora
erano
bambini.
“Alphonse, Alphonse,
devi mangiare piano o ti va di traverso e muori!”
“M-mamma!”
“Edward, smettila,
così lo spaventi!”
“Ma mamma, è la
verità, anche tu me lo dici sempre che bisogna mangiare
piano e masticare
bene!”
Si addentrò nell’ingresso, tenendo gli occhi
chiusi e le
mani davanti a se, in previsione di qualsiasi ostacolo.
Voleva mettersi alla prova, e vedere se dopo quel tempo i
ricordi della sua casa si fossero sbiaditi, se avesse perso qualcosa, o
se
tutto fosse rimasto perfettamente al suo posto. A tentoni, a piccoli
passi – un
po’ come quando gattonava fino alle gambe di suo fratello per
farsi prendere in
braccio – entrò nel salotto, sentendo altre voci
impossessarsi delle sue
orecchie.
“Guardiamo un
cartone?”
”Ma Al, sei grande ormai!”
"Ma io voglio vedere i
cartoni, fratellone, dai!”
Il suo fratellone
arrossiva sempre quando avvertiva i suoi occhi farsi umidi di lacrime
bambine.
“…E va bene, ma poi a
letto. A dormire!”
“Va bene!”
Prese una boccata d’aria anche lì, sentendo
stavolta l’odore
del bucato pulito che Trisha poggiava sempre sul grande tavolo al
centro della
sala, in attesa di essere stirato, piegato e rimesso a posto.
Inconsciamente sorrise, ricordando le volte che Edward
esclamava “La porto io la roba in
camera
mamma!” e puntualmente inciampava sul divano,
cadendo rovinosamente a
terra, lui e tutta la biancheria pulita.
“Mph, pasticcione…” mormorò,
mentre una mano si poggiava
alle mattonelle leggermente sporche di polvere, tornando al salone. Il
braccio
si allungò verso il corrimano, e il cuore mancò
per qualche secondo il battito.
Era la parte della casa che odiava di più. O meglio, che gli
metteva addosso più tristezza.
“Andrà tutto bene,
Win. Stai tranquilla!”
Manteneva sempre le sue promesse, e stavolta più delle altre
sarebbe riuscito a tener fede alla sua parola. Passo passo
salì ogni scalino,
mentre Trisha gridava “Bambini
state
attenti!” e Ed rispondeva “Stiamo
solo giocando, non cadiamo!” e lui gli dava
manforte senza capire davvero
cosa stesse succedendo.
Imboccò il corridoio, aprendo la porta della camera con uno
scricchiolio quasi sinistro.
“Ho paura…”
“Vieni qua, Al, ti
proteggo io.”
Lo scivolare delle
coperte a terra, e piedini morbidi che si poggiavano sul pavimento
freddo
andando al letto del suo amato fratello erano i suoni tipici di quelle
notti.
Sentì un groppo alla gola.
Ma suo fratello non c’era, non doveva piangere.
Entrò nella stanza – solo un minuto, soltanto un
minuto – e
si chinò a sfiorare le coperte ancora morbide, ad inspirare
l’odore della pelle
di suo fratello, il suo profumo.
“Ti proteggo io.”
A sentire la sua voce cullarlo per qualche istante, come
quando erano piccoli.
“Ti voglio bene.”
E poi gli occhi si aprirono, ad osservare la stanza spenta
dai granuli di polvere sopra ogni cosa. Non c’era armonia,
non c’era colore.
Non c’era Edward, né sua madre, né
nulla. Soltanto un
religioso silenzio tenuto intatto dagli anni trascorsi e dalle porte
ben
chiuse.
Passò una mano sulla coperta, pensando che sarebbe stata una
buona idea spolverare un po’ prima di buttarcisi sopra, e poi
uscì dalla
camera, con passo sempre più lento.
Doveva per forza tornare giù?
Poteva rimanere lì, no? Lasciarsi un po’ morire di
fame,
pulire la camera, il bagno, sbattere i tappeti. Non doveva per forza
tornare al
piano terra, giusto?
No. Doveva proprio tornarci, in ogni caso.
“Forza, Al.” si disse, facendosi un po’
di coraggio.
Ma avanzare in quello spazio stretto e lungo diventò
però
sempre più difficile man mano che gli scalini si facevano
visibili. E quando
arrivò sul primo scalino di fronte al suo piede,
deglutì un paio di volte.
E poi non resistette.
Percorse le scale correndo, saltando gradini, rischiando di
inciampare e rompersi l’osso del collo – si,
come suo fratello. – e quando fece
l’ultimo gradino, cadde sulle ginocchia,
stringendo la moquette tra le mani, sentendo l’odore del
sangue stantio entrare
nel suo naso come se gli avessero dato un pugno dritto dritto in mezzo
alla
faccia, e il dolore esplodergli nel petto, e risalire la spina dorsale.
“ED!!” gridò, sentendo lo stomaco
contorcersi, e gli occhi
diventare due palle infuocate, mentre una lacrima cominciava a
scivolare sulla
sua guancia liscia, ammirando il mondo bramato per cinque lunghi anni,
prima
che anche lei morisse, andando a rendere quasi fresca quella macchia
marrone
sul pavimento.
Strinse la mano in un pugno, poggiando la testa sul
pavimento, mentre lo stomaco gli faceva ancora più male,
mentre davanti a lui
riscorrevano ancora le immagini di quel giorno, lui che arrivava, Ed
che cadeva
riverso sul pavimento, e rantolava, e lui non sapeva cosa fare.
E i singhiozzi si fecero più forti, le sue gambe molli si
stendevano, assieme al suo corpo, a chiamare suo fratello, ripensando a
quando
non lo trovava per casa, e allora andava da sua madre, a tirargli la
gonna, a
dire tra le lacrime “Dov’è
Ed, dov’è
Ed?”.
E quello usciva fuori, nascosto dietro le scale, o tra il
muro e il frigo, ed esclamava “Sono
qui,
tonto!” e allargava le braccia per accoglierlo in
una stretta affettuosa.
Ma quella volta, non sarebbe sbucato da nessuna parte.
Niente “Tonto!”,
niente “Sono qui!”,
niente “Non me ne vado.”.
Solo il vuoto di una casa, e il suono del dolore ripiegato e
conservato accuratamente per anni.
Quando le lancette si avviarono verso la mezzanotte,
finalmente Alphonse si prese la sua meritata pausa. Dopo aver consumato
– dopo
quasi un’ora, certo, ma almeno ora si sentiva leggero
– tutta la sofferenza
incamerata in quel periodo, aveva deciso di distrarsi pulendo un
po’ qua e là –
in cucina, in camera.
A cena, non avendo ancora aperto il gas – che i Rockbell
avevano continuato a pagare nonostante la casa fosse disabitata,
così come la
luce – aveva ordinato una semplice pizza margherita,
mangiandola in devoto
silenzio.
La gola gli bruciava, tanto aveva urlato, e si era stupito
del fatto che nessuno si fosse accorto della sua presenza in quella
casa.
Quando mandò giù l’ultimo boccone, si
alzò, avvicinandosi al
frigo ed ammirandone il vuoto cosmico, decidendo che forse sarebbe
dovuto
andare a prendere qualcosa da mangiare nel negozio più
vicino, ammesso che dopo
quei cinque anni esistesse ancora.
“Mh…”
Sollevò le braccia, stiracchiandosi, e poi tornò
in salone,
per spegnere le luci.
“Buonanotte…” sussurrò,
sorridendo tristemente.
Sua madre era lì sulla
poltrona, intenta a terminare un centrino all’uncinetto.
Premette il dito sull’interruttore, lasciando che tutto
calasse nel buio, e a tentoni salì le scale, entrando in
camera e chiudendosi
dentro a chiave.
Così, perché nessuno sapeva che lui era
là, e aveva paura che
qualche ladro entrasse e rubasse qualcosa.
L’importante era che non si accorgesse della sua presenza.
Disfò il letto, infilandovisi dentro, senza cambiarsi. Era
troppo stanco per ogni ulteriore sforzo. Si sistemò per bene
sotto le coperte,
cercando la posizione ottimale per cadere rapidamente in un sonno
profondo, per
dimenticarsi almeno per la notte dove fosse.
Scemo tu che ci sei
voluto venire da solo, Alphonse.
Molestò il cuscino più volte, cercando di
gonfiarlo per
compiacere alla sua testa, e quando finalmente gli andò a
genio, vi appoggiò la
testa di peso e chiuse gli occhi.
Di lì a poco sarebbe scoccata la mezzanotte, e lui avrebbe
raggiunto quell’eterno diciassettenne che era suo fratello.
Si trovò a chiedersi come sarebbe ora, se fosse ancora vivo.
Ventidue splendidi anni, racchiusi nella persona che più
aveva stimato e amato al mondo, e che ormai era diventato storia,
assieme a suo
madre, i suoi nonni, e tutti gli Elric.
… Era rimasto solo lui, parenti lontani a parte.
Ma questo non gli dava un motivo in più per sentirsi solo,
in mezzo a tutto quello spazio vuoto.
Tirò su le coperte, avvolgendosi e sospirando, pregando che
Morfeo arrivasse presto a conciliargli il sonno.
Ma non fu cosa facile.
Soprattutto quando il Big Ben cominciò a battere la
mezzanotte.
Dong, dong, dong.
“Mh… Che seccatura…”
soffiò, voltandosi dalla parte opposta
alla finestra, tirando ancor più su le coperte.
Dong, dong, dong.
L’aria si fece leggermente più fredda.
Dong, dong, dong.
Agitò le gambe, cercando di farsi caldo, di emulare il
calore fraterno.
Dong, dong.
E poi si fermò, il solletico leggero di uno sguardo puntato
sul collo.
Dong.
“Tanti auguri, Al.”
Spalancò gli occhi, incredulo, mentre un brivido gli
percorreva la schiena, e quel formicolio stanziava ancora là
dove era prima, e
non accennava a levarsi dai piedi.
Fu quando avvertì il gelido sfiorare di qualcosa
di… indefinito contro
la sua guancia che si
mise ritto sul letto, a fissare shockato quello strano alone sbiadito -
i
colori appena accennati e resi ancora più pallidi dalla luna
- al suo fianco.
“Ciao!” esclamò, sollevando la mano che
poco prima lo aveva
sfiorato.
E Alphonse non poté far altro che stringere convulsamente le
coperte, tirando fuori tutto il fiato che aveva in gola in un urlo
agghiacciante.
“Calmati Al!! Sono io!”
Appunto.
Non capiva. Era confuso, stanco, e, e, e quella…cosa davanti a sé, era
così simile a suo
fratello da spaventarlo. Voleva fuggire, ma le gambe erano bloccate,
così come
la sua bocca, che continuava a rimanere aperta, ad emettere quel suono
stridulo.
E allora, lo vide muoversi. Si alzò dalla sua posizione
–
era sulla finestra, quando diamine l’aveva aperta?!
– per andargli dietro, e
osservò le sue braccia adagiarsi sulle sue spalle, sul suo
petto, e l’unica
cosa che poteva avvertire era una sensazione di freddo.
E qualcosa di… familiare muoversi nel petto.
“Sono io, Al.”
“Stupido, chi credevi
che fosse?”
“Cattivo, cattivo!”
“Ahah, scusa, Al,
scusa…” e lo stringeva da dietro, cullandolo
dolcemente.
Sentiva quel freddo ondeggiare, mentre alle sue orecchie
arrivava un mugugnato Tanti auguri a te,
che al momento suonava come la musica più bella che avesse
mai sentito.
E si calmò.
Lentamente, il cuore riprese a battere a un ritmo – veloce
si ma accettabile.
“E-Edward…? S-sei…”
“Sono io, Al…”
“Ma che cosa… cosa significa…”
“Sono un fantasma, Al.”
E sussultò di nuovo, rabbrividendo.
Non era possibile. Era fuori dall’ordinario, era assurdo,
era…
… Era rimasto lì, da solo, per tutto questo tempo?
“U-un fantasma…?”
Si voltò, prendendo finalmente coraggio per guardarlo negli
occhi.
Sorrideva, non sembrava per niente turbato dalla situazione,
al contrario di lui che nonostante tutto tremava come una foglia.
“Già. È… è una
storia lunga, ma tu non ti preoccupare, eh!”
ridacchiò, toccandogli la testa.
E si chiese come fosse possibile che quella mano quasi
trasparente riuscisse a scompigliargli perfettamente i capelli come un
tempo.
“Ma… ma… Oddio, sei davvero
tu…”
Poggiò le mani sul materasso, girandosi a guardare quella
figura seduta comodamente sul cuscino, le gambe spalancate a tenere
dentro il
suo corpo.
Era vestito come quel giorno.
Il pigiama azzurro, di un azzurro chiaro, chiarissimo, più
chiaro del cielo, i capelli legati in una coda alta – quella
coda che gli aveva
fatto lui stesso, quella mattina, poco dopo il sorgere del sole
– e i piedi
nudi, puliti.
E tutto era dannatamente sbiadito.
“Certo, non mi riconosci? Eppure non sono cambiato tanto!
–
fece, sfiorandogli il braccio. – Tu invece ti sei fatto bello
grande, eh Al?”
”S-Si…” mormorò imbarazzato,
grattandosi la guancia.
“Diciassette, no?”
“Diciassette.” Rispose, sforzandosi di sorridere.
Edward, la camera, la notte, le scale, la caduta, il sangue.
“Io… Io…”
Sentiva come un turbine muoversi nel suo stomaco.
“Al. – cambiò tono, facendosi serio,
senza staccargli di
dosso le iridi dorate, unica cosa che risaltava in tutto quel pallore
– Risparmia
il fiato. Non dire niente. So tutto.”
“Ma fratellone, io… io…”
Allungò le mani, tentando di poggiargliele sul petto, ma non
appena attraversarono il suo corpo le ritrasse, spaventato.
Non poteva toccarlo…?
“Sono fatto d’aria, fratellino. – sorrise
tristemente,
alzando le spalle. – Devo concentrarmi per farmi toccare. Ma
ci vuole tempo.”
“Ah… C-capito…”
Si portò la mano fresca alla bocca, mordendosi
nevroticamente
un’unghia.
Era lì.
Non poteva toccarlo.
Poteva parlargli.
Non poteva toccarlo.
Sentiva la sua voce.
Non poteva toccarlo.
“Al.”
Non poteva toccarlo.
“Al!”
Una folata di vento sul braccio, e la mano si staccò dalla
bocca, lasciandogli colare un po’ di sangue.
“Ti fai male così.”
Alphonse ritirò le sue labbra dentro la bocca, passandoci la
lingua per pulirle dal suo stesso sangue, e poi sospirò,
scuotendo la testa.
“Scusa. È che è tutto
così…”
“Strano? Non dirlo a me.”
“… Ma… perché sei
qui?”
“Bella domanda. Ti risponderò. Ma solo
perché sei il mio
fratellino, quindi sentiti onorato!”
Al annuì, e per un momento si sentì bambino.
Nello stesso letto di suo fratello, a parlare di notte,
mentre la mamma dormiva tranquilla nella sua stanza accanto alla loro,
troppo
stanca per sentirli chiacchierare.
“Ok.”
”Bene. – gli sfiorò la guancia,
sorridendo – Ti ricordi, Al, che la mamma ci
raccontava sempre storie sui fantasmi per spaventarci?”
Annuì, senza proferire parola, chiedendogli tacitamente di
andare avanti.
“Ecco. La mamma diceva sempre: i fantasmi sono quelle
persone che quando muoiono portano con se dei rimpianti.
Finché queste persone
non riescono a risolvere i loro problemi, allora non ci sarà
niente da fare.
Continueranno a vagare nel mondo dei vivi fino alla fine del
mondo.”
“Da quando si muore?”
”Da quando si muore.”
“E… e tu sei rimasto qua… per cinque
anni da solo,
fratellone?”
Edward sorrise, sentendosi chiamare così nonostante ora
avessero la stessa età. Mosse il capo in avanti, in assenso,
corrucciando un
attimo la fronte.
“Si. Ma – fece, vedendo il viso del fratello farsi
triste di
colpo – Non è colpa tua, Al. I primi giorni ero
spaventato, non capivo, e mi
nascondevo. Insomma, ti ero morto davanti agli occhi. Non sarebbe stata
una
buona idea venire a dirti Ehi, guarda che
anche se sono un ammasso di polvere e reazioni chimiche incomprensibili
all’essere umano, io ci sono!”
“Ma… ma… Non potevi venire a cercarmi?
Io… Se lo avessi
saputo, io…”
Le gambe che si
muovevano da sole fino alla periferia, in direzione della loro casa,
della loro
Londra.
Era il suo richiamo.
“Non potevo Al. I fantasmi restano legati al luogo dove i
loro rimpianti sono nati. Non potevo allontanarmi da qua, neanche
volendo.”
Era il suo richiamo, e
lui era rimasto comunque a Cantebury, circondato da immagini, da sensi
di
colpa.
“S-se lo avessi saputo, io…”
“No Al. Non potevi sapere. E in fondo, è meglio
così.
Saresti stato solo male. E avevi bisogno di staccare, anche se volevi
venire
qua. So che saresti voluto rimanere qua, lo so. Ma credimi, Al. Non ce
l’avresti fatta. Ma…”
“Ma…?”
“Sono contento che tu sia qua, adesso.”
Sorrideva, i denti bianchi nonostante la sua natura gassosa,
trasparente. Continuava ad accarezzargli la guancia, senza staccargli
lo
sguardo di dosso.
Si erano mancati così tanto…
“Fratellone… - mormorò, molestando con
le dita i lembi del
suo pigiama. - … Come… Come ci si sente
quando…?”
“Io… non me ne sono quasi accorto. È
come se per un attimo
staccassero la corrente e tutto fosse buio. Senti… i suoni
lontani. Senti
freddo. Però sei leggero, davvero leggero. E quando riapri
gli occhi – beh si
qualcosa di simile almeno, tu non stai più giù,
ma sopra a tutti. Vedi le cose dall’alto. …
effettivamente ci ho messo un po’,
a capire come… funzionavo – rise, grattandosi la
testa – Ma poi ecco… Ti ci
abitui.”
Al non seppe cosa dire.
Sentiva solo i suoi occhi pizzicargli, fargli quasi male.
Non aveva più voglia di dormire.
Cinque anni.
Non poteva toccarlo.
Ma era lì.
Non poteva toccarlo.
Non poteva dormire.
Cinque anni.
“Ed…”
“Si, Al?”
“Quale… Qual è il tuo
rimpianto?”
Sentiva la paura crescergli nel petto. Non sapeva perché ma
gli parve di avvertire una sentinella nel suo cuore che dicesse: non ficcanasare.
“Non posso dirtelo. Non adesso.”
Non adesso.
… quando sarai più
grande.
“Ma ora…”
“Si, Al. Ma non è ancora il momento. Ti
prego.”
“Ma perché?! Sono grande adesso! Posso…
posso…”
“Lo so, Alphonse. Ma davvero, ora non me la sento di
dirtelo.”
E sospirò. Il primo sospiro di Edward che sentiva dopo tanto
tempo. Sapeva che quando succedeva era perché quel qualcosa
che teneva dentro
di sé avrebbe sicuramente portato dolore a chi avrebbe
sentito.
E allora si rassegnò.
“Ok, quando vorrai.”
“Grazie, Al.”
Per qualche istante calò il silenzio. Edward chiuse gli
occhi, e Alphonse rimase a fissarlo. E quasi gli parve che suo fratello
stesse
prendendo …consistenza. Quando riaprì gli occhi,
spalancò le braccia, invitando
il fratellino ad avvicinarsi.
E così fece.
Venne scosso da un brivido. Non di freddo, non di paura.
… Era quasi come tornare bambini.
Ed era… tiepido.
“E-Edward…?”
“Dura solo pochi minuti… - mormorò,
stringendolo sul suo
petto. – Ma… Avevo voglia di sentire il tuo
calore, Al…”
Alphonse represse un singhiozzo, mordendosi il labbro. Suo
fratello era lì, non doveva piangere. Poteva parlargli,
poteva sentirlo sul suo
corpo, avvolto nelle sue braccia.
Poteva sentire quasi il suo respiro.
Simulato. Ma era il suo respiro. Era l’aria che entrava e
usciva dal suo corpo di particelle.
“Mi sei
mancato così
tanto…”
E quello d’istinto si aggrappò alle sue braccia,
stringendole il più forte che poteva, come se avesse paura
di sentirlo svanire
di nuovo.
Era colpa sua.
Sciolse la stretta dei denti, cominciando a singhiozzare
rumorosamente, tirando su col naso, senza poter fare nulla per quelle
lacrime
che lente scivolavano lungo le sue gote arrossate.
“A-Anche tu, anche tu, Ed…”
Un singulto, due, tre. E strinse più forte, sentendosi un
po’ più leggero, mentre il groppo alla gola si
scioglieva in un pianto, lacrime
che venivano mandate via dal suo volto con un semplice bacio.
Non sparire di nuovo.
“Sono qua, Al…”
Ti voglio bene.
“Sono qui…”
Quando sarai grande.
“Non sparire, Ed, non sparire…”
sussurrò.
La luna salì sempre più alta nel cielo, le ore
scorrevano,
mentre i sospiri si facevano respiri rilassati, e Al capitolava,
sognando la
sua famiglia di nuovo insieme, riunita attorno al tavolo, la
televisione accesa
a trasmettere i cartoni del pomeriggio.
E suo fratello che gli teneva la mano.
Intorpidito dalla luce del sole che sbatteva contro il suo
viso stanco, aprì gli occhi, portandovi un braccio davanti.
“Mh… è
già
mattina..?”
Le dita si massaggiarono il viso, mentre tentava di
riprendere il controllo del suo corpo, intorpidito dalla dolce
tentazione delle
coperte.
Aveva fatto un sogno strano.
Aveva sognato che in realtà suo fratello era ancora in
quella casa, che era un fantasma.
Un po’ come quel film che aveva visto almeno cento volte da
bambino.
“E’ tutta finzione,
Al, i fantasmi non esistono! E se esistessero non sarebbero
così… tondi e
carini!”
“Ma la mamma dice…”
“E’ solo per farti
dormire, i fantasmi non esistono!”
Che era rimasto lì, solo per cinque lunghi anni. Ad
aspettarlo. E lui era arrivato solo in quel momento, e aveva sentito il
senso
di colpa riversarsi sul suo petto, sommandosi al resto.
Aveva sognato di sentirsi avvolto dalle sue braccia, come
quando erano bambini e…
“Su, sveglia, pelandrone, è mattina!”
… Non aveva sognato.
Aveva aperto gli occhi in un colpo solo, e la luce violenta
dei raggi gli andò dritta negli occhi, a rovinargli per
qualche secondo la
vista.
“Ah!” esclamò, sfregandosi gli occhi con
forza, cercando di
ripristinare attorno a sé ogni colore, ogni forma.
E sentì di nuovo le mani fredde sulle sue guance, stavolta
davvero gradevoli.
Apprezzate, confrontate col Sole che non aveva fatto altro
che accecarlo e rendergli bollente la faccia.
“Ti da fastidio? Tutto bene? Forse non avrei dovuto
al-“
“E’ tutto apposto. – esclamò,
riaprendo lentamente gli occhi
e vedendo fuori dalla finestra attraverso il corpo di suo fratello - Ora passa!”
E nel momento in cui Alphonse poggiò piede a terra,
iniziò
la loro giornata insieme.
Al mattino Al si dedicò alla cura del giardino. Era strano
vedere che quando la gente passava lì vicino – e
lo salutava, riconoscendo il bambino
di dodici anni che ogni tanto su quel prato si rotolava, con suo
fratello sopra
– Edward scomparisse dentro casa, nascondendosi.
“Non voglio che ti prendano per pazzo.”, gli fece
sapere più
tardi.
Gli chiese diverse volte se volesse aiuto. Ma Al ripeteva
che no, era meglio se stesse fermo. Preferiva che le sue energie
venissero
usate poi quando potevano stare insieme da soli, almeno per quei pochi
minuti. Ed
Edward apprezzò, capì, e si limitò a
poggiare il suo fondoschiena gassoso sui
gradini di marmo, a contemplare la figura di suo fratello muoversi
avanti ed
indietro per il giardino.
“Fratellone…” fece
all’improvviso, mettendosi ritto e
passando una mano sulla fronte.
“Si, Al?”
“A che pensi?”
Si voltò, e riuscì a captare per pochi secondi la
sua faccia
sbigottita, prima che mutasse rapidamente in uno sguardo dolce.
“Niente di particolare.” bisbigliò,
sollevando le spalle.
Lui lasciò scivolare il braccio lungo il fianco, fissandolo.
Forse pensava di poter vedere i suoi pensieri attraverso la
sua testa trasparente. Ma in realtà vide solo le
intarsiature della porta sul
legno.
Eppure era sicuro che Edward stesse pensando intensamente a
qualcosa. A qualcosa che li riguardava.
Lo deduceva dal suo sguardo vacuo, lo deduceva dagli occhi
che ogni tanto si puntavano sulla sua schiena, o sulla sua testa.
Lo deduceva da quel sorriso sul volto ogni volta che i loro
occhi si incrociavano.
Eppure non riusciva a capire.
“Niente di particolare? Mh. E di particolare?”
Edward rise, scuotendo la testa.
“Al, Al, sei un piccolo ficcanaso, sai? Non sei proprio
cambiato.”
“Lo so.”, fece, ricambiando il gesto.
Non aveva mai voluto cambiare. O forse, non ne aveva avuto
la possibilità.
Ma in sostanza, lui avrebbe voluto davvero rimanere fermo ad
dodici anni, al momento in cui Edward cadeva e moriva, al momento in
cui tutto
spariva.
Avrebbe voluto fermare il tempo a qualche giorno prima, a
prima che Edward prendesse quel brutto malore per colpa del cambio di
stagione,
così che niente cambiasse più, né lui,
né suo fratello, né quello che vivevano.
Ma purtroppo lui non aveva questo potere. E per suo
fratello, beh.
In un certo senso il tempo si era fermato.
Ma non gli piaceva il come.
“Neanche tu sei cambiato, Ed.” gli fece notare. E
quello
sorrise, genuino.
Perché Al ancora non sapeva. E presto sarebbe venuto a
conoscenza di tutto, e lo avrebbe distrutto di nuovo, lo sapeva bene.
Ma era giusto che anche lui sapesse.
“Sono perfetto così! – ghignò
– E su, su, non approfittarne
per poltrire!”
Diverse volte squillò il
suo cellulare, quella sera.
Sara Rockbell non riusciva a stare calma, al pensiero che
suo nipote fosse chiuso da solo in quella casa fatta di torte al
cioccolato e
sangue raffermo sul pavimento.
Al si mostrava tranquillo, la voce ferma, il viso rilassato.
“Vorrei starci qualche
giorno.”
A volte si tratteneva dal ridere, mentre Edward piroettava
nell’aria, e gli faceva le pernacchie, o rendeva le sue mani
tanto tangibili
quanto bastava a solleticargli i fianchi.
Come da bambini.
“… Ne sei
sicuro?”
La zia gli chiedeva continuamente come stesse, se avesse
bisogno di qualcosa, se voleva Winry a fargli compagnia.
Ma lui rispondeva sempre che andava tutto bene, che si
divertiva a mettere in ordine la casa, a pulirla, a coccolarla un
po’ come se
fosse un bambino in fasce.
“Si. Ne ho bisogno.”
E poi sinceramente, l’idea di Winry in casa non lo
allietava. Insomma, Edward era lì solo per lui! E Winry era
una pettegola,
avrebbe spifferato tutto a sua madre, e Al non avrebbe più
potuto mettere piede
in casa sua.
La zia credeva ciecamente ai fantasmi. Così tanto da averne
paura.
Così tanto che, che sapeva, avrebbe potuto prima far
esorcizzare la casa e poi buttarla giù.
E insomma, non era proprio quello che voleva!
“Va tutto bene, Al?”
“Si zia, stai tranquilla! – diceva – Ho
comprato da mangiare
e ho sistemato la casa! E si sta bene, sto bene, non ti
preoccupare!”
“D’accordo… Se hai bisogno
chiama…”
“Ok, zia, grazie.”
E Edward le faceva il verso, facendo smorfie a gogò. Al
muoveva la mano per dirgli di smetterla, mentre con l’altra
reggeva la
cornetta, salutando la parente per poi riattaccare.
“Edward!” esclamò poi, ridendo.
“Scusa, non ho resistito!” rispose, fermandosi
dietro di lui
e abbracciandolo, ridendo sul suo orecchio, solleticandolo con i
capelli, in
una sensazione così simile a quella reale.
Sapeva che di lì a qualche giorno sarebbe dovuto tornare a
casa ma…
Avrebbe pagato con la sua vita per restare lì con suo
fratello per sempre.
Ma era sicuro che Edward non avrebbe apprezzato, e si limitò
a respirare quell’aria di casa, imprimendosela nella memoria.
Era strano,
averlo
affianco dopo tutto quello che era successo.
Era strano, vederlo
correre per i corridoi, sentirlo chiamarmi per nome, ammirarlo saltare
e
volare.
Sentirmi chiedere
“Vuoi volare, Al?”.
Sentirmi dire ancora
“Ti voglio bene, Al.”.
Sembrava tutto
ovattato. Era come se fossimo circondati da una coltre di nuvole rosee,
azzurre, violacee, che ci esternavano, che facevano della nostra casa
la
normalità, e di Londra, dell’Inghilterra, del
resto del mondo l’anormalità.
L’impossibile.
Era la sua voce che
faceva quella magia, e quei movimenti sinuosi in aria, e quei passi che
non
facevano alcun rumore. Il mio fratellone era irreale, ma
così terribilmente
umano, quando stava coi piedi a terra.
Era quasi come essere
tornati all’infanzia. Come se le lancette avessero preso a
correre
all’indietro, al giorno in cui lui stava ancora bene, a
quando mi inseguiva
fino alla stanza, e io mi nascondevo sotto le coperte, e lui saliva
sopra per
farmi il solletico, e mordermi le guance.
Erano cinque giorni
che convivevamo.
Erano cinque giorni
che ridevamo a tavola, e lui faceva il pagliaccio, mandando
giù il cibo per poi
farlo cadere sul pavimento come se al posto di quel corpo vaporeo non
ci fosse
nulla.
Erano cinque giorni
che, la notte, avevo nuovamente qualcuno che mi abbracciasse, mi
sussurrasse il
suo bene all’orecchio, e mi cullasse verso sonno tranquilli,
finalmente.
“Ti voglio bene, Al.”
E quel ti voglio bene
cambiava lentamente forma. Nel tono di voce, nella lentezza delle
parole. Diventava
sempre più un qualcosa detto con sofferenza, per quanto un
fantasma potesse
soffrire.
Ma lui non mi disse
mai nulla. Lui sorrideva e basta.
E io ricambiavo.
Cinque giorni.
I gomiti poggiavano sul bordo della finestra, a mugugnare
qualcosa mentre osservava la luna ormai piena alta nel cielo.
L’indomani mattina sarebbe dovuto tornare a casa,
ma nella sua mente frullava
un’idea migliore.
In fondo, quella era casa sua, no?
Non poteva rimanere? Non poteva trasferirsi di nuovo lì, e
stare assieme a suo fratello?
Si voltò, poggiando la schiena sul muro, la testa piegata
all’indietro a guardare il cielo a testa in giù.
Potevano essere felici, no?
Rimpianti.
Avrebbero discusso, avrebbero risolto, e tutto sarebbe stato
come da bambini, giusto?
Sensi di colpa.
… Giusto?
“Al.”
Il suo cuore saltò due battiti, mentre suo fratello
oltrepassava la porta chiusa a chiave per la sua sicurezza.
La solita paura dei
ladri.
“Mh? Che c’è?”
Edward fece qualche altro passo, sedendosi sul materasso e
battendovi sopra una mano, richiamandolo vicino a sé.
Non gli piaceva quella sensazione, non gli piaceva per
niente.
“Devi dirmi qualcosa?” chiese, sorridendogli.
Glielo si leggeva così
bene?
“… Io… Volevo rimanere qua.”
“Per qualche altro giorno?”
“No. – esclamò, guardando intensamente
la sua mano. – No.
Per sempre.”
“Alphonse… Non puoi restare da solo, non
voglio.”
“Ma… Non sarei solo, ci saresti tu! E…
e io non ho bisogno
di altro, io voglio solo te, a me va bene così!”
Edward scosse la testa, sospirando e guardando la luna.
“… Ti do fastidio?” mormorò
poi Al, sollevando lentamente
gli occhi verso quelli del fratello.
I sensi di colpa fanno
male, Al.
“No, stupido. – e gli poggiò la mano
sulla testa, lasciando
che avvertisse quella piccola ondata di gelo tra i suoi capelli.
– è solo che
io… Io sto per sparire, Al.”
Il rimpianto può
essere letale. Anche per un morto.
“C-cosa?”
Le sue mani cominciarono a tremare di colpo, senza
preavviso.
Stava per sparire? Cosa voleva dire? Che significava?
“N-no! – esclamò, alzando le braccia per
cercare un appiglio
nelle sue senza risultato. Osservò le loro abbraccia
incrociate, quelle sue di
carne dentro quelle d’aria del fratello – N-non
voglio!”
“Al…”
“No!”
“ALPHONSE, ASCOLTAMI.”
E si ammutolì, mordendosi il labbro. Forte, fortissimo.
Faceva male tutto. Muscoli, ossa, cuore.
“E-Ed…”
“Al. Non puoi stare con me. Non saresti felice. Sono solo
un… fantasma. Non posso darti niente se non la mia
verità.”
La sua verità?
La sua verità.
“Quando sarai più
grande, ti dirò una cosa.”
La sua verità.
“F-fratellone…”
“Prima chiudi gli occhi.”
“C-cos…”
“Chiudi gli occhi. Fidati.”
E Alphonse non si sentì di disobbedirgli. Lentamente chiuse
le palpebre, sentendo solo il cicaleccio degli insetti sui suoi fiori,
e
qualche macchina che ancora sfrecciava per strada. E poi di colpo, il
peso sul
letto sembrò farsi doppio.
Sentì il cigolio delle molle del materasso, e una presenza
farsi sempre più vicina.
“Fratellone, cosa…”
E si zittì.
Era caldo. Caldissimo. Era la cosa più calda, e bella che avesse mai sentito poggiare
sulle
sue labbra. Era un tocco dolce. Gentile.
E lo spaventava. Tanto.
Ma non si spostò. Era suo fratello.
Era la sua verità.
Una verità che sapeva d’aria e caramelle, che
impregnava le
sue labbra, e penetrava con dolcezza nella sua bocca, solleticandola,
stimolandola.
“Al…”
Scivolò via, lasciando che le mani si poggiassero sulle
spalle del suo fratellino, che aprì gli occhi nel momento in
cui il contatto si
interruppe.
Sentiva caldo, e gli occhi pizzicavano.
Pizzicavano sempre,
quando il suo fratellone faceva qualcosa che lo irritava, lo
contraddiceva, lo
emozionava.
La sua verità.
Non voleva più sentirla.
“Al, io…”
“Non voglio…”
“Al, devi ascoltarmi, ti prego. Fa
male anche a me.”
E si ridestò, mentre le lacrime cominciavano a scivolare
rapide, offuscandogli da vista.
Era così bello, sembrava quasi… vivo.
I rimpianti tengono
legate le anime a questo mondo.
Ciò impedisce loro di
varcare la sottile linea che li separa da quello che gli esseri umani
si
ostinano a chiamare aldilà, dove si vive sereni, circondati
da angeli canterini
e tante altre stronzate che i genitori amano raccontare ai figli quando
un
nonno troppo anziano per continuare a vivere diventa cenere che
nutrirà la
terra dove verrà sepolto.
Tutto il dolore che
queste anime conservano non da loro pace e li tiene imprigionati alla
loro
vecchia terra, finché le anime non risolvono i loro conti
lasciati in sospeso
con il mondo dei vivi.
Quello era il suo rimpianto.
Quel gesto, e quelle parole che tentavano di ordinarsi nella
sua mente gassosa, quello era il suo rimpianto.
Era il segreto di dieci anni passati a guardare suo fratello
come una creatura immacolata.
Non aveva fatto in tempo a macchiarla neanche un pochino. E
anche lui era ancora puro, nonostante tutto.
Il suo era soltanto amore incondizionato.
“Alphonse.”
Il suo segreto di bambino.
“Alphonse.”
Il suo segreto.
“Alphonse, guardami.”
Il suo…
Alzò gli occhi, trattenendo a stento le lacrime. E quel
labbro ancora tra i denti venne liberato dal dito di suo fratello, che
glielo
massaggiò, scuotendo la testa.
“Bene. Al, Al, io ho impiegato qualche mese, prima di capire
che un’anima non potesse andare oltre per colpa di un
rimpianto. L’ho capito
quando mi sono accorto di pensare sempre, ripetutamente alla stessa
cosa.
Volevo vederti, volevo stringerti, toccarti. Volevo averti vicino. sarai più grande, ti dirò una
cosa. Ricordi?
Te lo dicevo sempre. Ora sei grande. E devi guardare avanti,
dimenticarti di me
e…”
“Non potrei MAI dimenticarmi di te, Edward!”
esclamò quello,
alzando la voce, sottolineando quel mai così piccolo,
così forte.
Ma lui scosse la testa, poggiandogli il dito sulle labbra.
E tutto sembrava farsi più pallido.
“Al. Devi dimenticarti di me e costruirti una nuova vita. Ma
non prima di sapere il mio segreto. – gli afferrò
le mani. – Quando papà sé ne
andò, mi imposi di proteggerti, di starti vicino come un
fratello. Ma non ce
l’ho fatta.”
“Che stai dicendo, fratellone? Certo che ce
l’hai…”
“Dovevo starti vicino come fratello e non ce l’ho
fatta. –
lo interruppe, correggendosi. – Alphonse, la
verità è che… Ti amo.”
E Alphonse spalancò gli occhi, mentre le lacrime
raddoppiavano, e il cuore si stringeva, come se volesse implodere, e
poi
esplodere pochi attimi dopo.
“Ti amo e non te l’ho mai detto. Perché
non eri pronto.
Perché non avresti capito.”
Edward avvertì per un attimo le mani di Al –
quelle manine
così tenere, così piccole nonostante tutto
– attaccarsi al suo braccio, e
stringere, stringere forte, come se volesse strapparglielo, come a dire
Lo senti? Lo senti il dolore che sto
provando adesso nel petto?
Piegò il volto, singhiozzando, mentre le mani scivolavano
dolcemente dentro il suo braccio, diventando gelide.
Sussultò, rialzando lo
sguardo.
“Perché? Perché…?”
E lui sorrideva.
“Perché ti amo. E non è giusto che tu
stia attaccato al mio
ricordo.”
Singhiozzò, terrorizzato nel vedere suo fratello prendere
lentamente il colore del muro, mentre tutto attorno cominciava a
brillare, e
punti di luce si riunivano al petto, dove un tempo c’era un
cuore che batteva.
“S-stai sparendo…”
“Si, Al. Sono libero dal rimpianto. Grazie a te. Mi
dispiace, mi dispiace per tutto. Per averti lasciato solo, per
non…”
“NON ANDARTENE, TI PREGO!”
“… Al…”
“Io… - e cercò di acchiappare
più volte l’aria, per poi
arrendersi e poggiare le mani laddove prima c’erano le sue
gambe – io ho
passato… gli anni a pensare che tu… che tu fossi
morto per colpa mia! E ti
vedevo sempre rotolare per le scale, e… e ti sentivo
gridare, di notte! E
pensavo che tutto fosse colpa mia, solo colpa mia… T-ti
prego, non te ne
andare… Perdonami, Edward…
Perdonami…”
“Alphonse, non è stata colpa tua. –
Sussurrò al suo
orecchio, sfiorandoglielo con la punta del naso. – Non
è stata per niente colpa
tua. Smettila di pensarlo, ti fai solo del male.”
“Io… Io non ti avevo sentito…
Io… Io…”
“Non è colpa tua.”
“Oh, Edward…”
“Non hai colpe, Al. L’unica colpa che hai avuto
è stata di
starmi vicino in ogni momento. E ti assicuro che è il torto
più bello che
qualcuno potesse farmi.”
Gli baciò il naso, la fronte, le labbra, ben consapevole che
ormai di quel calore non avrebbe sentito più nulla.
“Non andartene…”
“Sarò sempre vicino a te. Non mi vedrai, ma ci
sarò. Sempre,
Al, sempre.”
“Ed…”
“Grazie per essere tornato, e per avermi liberato, Al. Ti
aspetto ma… Tu cerca di venire il più tardi
possibile, ok?”
Rise, cristallino, augurandogli in quel momento tutta la
felicità del mondo: una famiglia sua, figli, nipoti e
chissà cos’altro ancora.
E Alphonse si passò una mano tra gli occhi, scacciando via
le lacrime.
“O-Ok…” disse, una risata leggera
scappatagli dalle labbra
che ancora sapevano di lui.
“Io vado, allora. Fai… fai il bravo. E stai vicino
a Win. E
riguardati. E… Cristo.”
Era l’ultima cosa. Le ultime parole e poi sarebbe svanito
nel nulla.
“Ed… Io…”
“Mi mancherai, Al.”
“Anche tu! Anche tu, Ed! Io…
Io…”
E il suo corpo diventò più luminoso, mentre il
suo sorriso
si accentuava, e ora poteva sentirsi leggero, dannatamente leggero,
mentre si
frammentava e scompariva nell’aria.
Al si accartocciò su sé stesso, stringendo con
forza le
coperte, mentre il corpo gli si scuoteva, e impressa nella sua mente
rimaneva
l’immagine di lui che lo graziava.
Quella mattina d’ottobre il
cielo era stranamente terso.
Solitamente a Londra era difficile ammirare un colore tanto intenso.
Mi ricordava Edward. Forse era un suo modo per dirmi “Ehi,
guarda che non mentivo, io sono
davvero vicino a te!”
Ridacchiai, sotto lo sguardo curioso di Winry, che teneva in
mano un mazzo di fiori bianchi come la neve.
“Perché hai delle rose, Al?”
“Volevo… cambiare un po’. E poi Edward
amava i fiori rossi.”
In verità, ad Edward
non sono mai piaciuti i fiori bianchi. Diceva che erano troppo puri per
uno
come lui.
Lei fece spallucce. In fondo aveva sempre ammesso di non
riuscire a capirci a fondo. Neanche quando Edward era vivo capiva le
sue
parole. La cosa quindi non mi stupiva affatto.
Avanzò, avvicinandosi alla tomba.
La guardai, sospirando e fissando poi il cielo.
Avevo il cuore in gola come quel giorno in cui mi era
sbucato davanti, salutandomi come se nulla fosse.
Winry si rimise in piedi, rassettandosi la gonna e sibilando
un “Ciao, Ed.”,
prima di allontanarsi
e lasciarmi spazio per scambiare due chiacchiere con mio fratello.
Erano passate appena due settimane.
Cinque anni tondi tondi.
“Ciao, Ed.”
Mi inchinai a sfiorare la foto, sorridendo.
“Ti ho portato questi, ti piacciono? Sono le rose del nostro
giardino, sono sempre tornato a casa a curarle, perché
fossero un tantino
presentabili…”
Ridacchiai, mentre sentivo in lontananza la voce di Winry
che parlava con zia Sara.
Via libera.
“Ed, Ed, ci ho pensato, a quello che mi hai detto. Ci ho
pensato con tutto me stesso. Ho girato per la casa, cercando i punti
nascosti
del tuo affetto. E li ho trovati.”
Nelle pareti, quando era
andato a sbatterci contro quando giocavamo a guardie e ladri per la
casa, e
avevo cominciato a sanguinare e tu, prendendomi in braccio –
Cristo, se ero
pesante! – avevi avuto la pazienza di tamponarmi la ferita
sulla fronte.
Nelle lenzuola, per
ogni notte che mi stringevi a te, cantandomi qualcosa per farmi
dormire, quasi
mai le ninnananne della mamma, perché quelle erano solo sue,
e solo sue
dovevano restare. Erano le tue ninnananne, inventante, condite di
cioccolata e
parole dolci.
Tra i gradini delle
scale, perché a Natale quando ero bambino io correvo
tenendomi al corrimano, e
tu gridavi “Al, stai attento, se cadi ti farai
male!”, e venivi a salvarmi ogni
volta, evitando di farmi cadere.
Nel soffitto, perché
quando pioveva tu mi portavi lì, dove le pareti erano
più spesse, dove i tuoni
sembravano soltanto un leggero vibrare dell’aria, e avvolti
in una coperta
reggevi un libro illuminato da una candela, a raccontarmi storie di
terre
lontani e tesori perduti.
Nel tuo cuore, perché
ci sono sempre stato, e poco importa se fosse amore fraterno o
quant’altro,
perché tu quell’amore lo avevi desiderato, lo
avevi provato con tutto te
stesso, e avevi avuto la pazienza di tenere tutto dentro, per non
impaurirmi,
per non sconvolgermi.
Fino a pochi giorni
fa.
“Sono stato bravo, vero?”
Poggiai i fiori sulla tomba, mentre le ginocchia
incontravano il marmo bianco, così come le mie mani. Mi
allungai sulla sua
foto, poggiandovi appena le labbra, a sentire il fresco del vetro.
Era fresco come lui.
“Fratellone, - così, affettuosamente, come amavo
chiamarti
ogni tanto – Le mie gambe sentivano la tua richiesta. Avrei
voluto raggiungerti
subito, ma non ho potuto. Tuttavia, alla fine sono riuscito a
liberarti. Anche
se, si sono egoista, avrei voluto che tu rimanessi con me. –
Sospirai. – Ma non
importa. Devo dirti solo… - mi sedetti sui talloni,
osservando gli occhi dorati
su quella foto. – una cosa. Anche io ti amo. Avrei voluto che
tu mi sentissi.
Avrei voluto dirtelo in quel momento, ma avevo paura che non fosse una
cosa
sentita. Non volevo dirti una bugia. Ma ora ne sono sicuro. Ti amo. E
starai
sempre qua, – mano sul petto. – per
sempre.”
“Alphonse, forza andiamo!”
“Si, arrivo! – dissi a voce alta, agitando la mano.
– Ora
devo andare, ma tornerò presto,
d’accordo?”
Con le ginocchia accarezzai il terreno, con le labbra la
lastra bianca.
“Ci vediamo, fratellone.”
E un alito di vento mi scompigliò i capelli, e il sole si
fece più luminoso.
Sarebbe andato tutto bene.




